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Pure Horror [HR] Capitolo 1 Lo Straniero
Succedeva molto spesso che, durante il fine settimana, quando la neve e il vento sferzavano il paese, rimanessimo fino a notte fonda all'interno del bar di Tony.
A volte capitava persino di dormirci tutta la notte.
D'altronde, l'enorme camino sempre acceso in fondo alla stanza, la scorta
apparentemente infinita di birra e alcolici di ogni genere e i vecchi divani
disposti attorno al fuoco erano di gran lunga più invitanti che affrontare la
tormenta, anche soltanto per pochi minuti. Soprattutto quando il termometro,
appeso alla parete esterna della farmacia, scendeva sotto lo zero e il vento
cominciava a soffiare dalla montagna con quella violenza che faceva tremare
persino le imposte delle case più vecchie.
Il bar di Tony era il nostro rifugio.
Non era un locale particolarmente bello, né tantomeno moderno. Le pareti erano
rivestite in parte da pannelli di legno scuro, anneriti dal tempo e dal fumo, e il
pavimento scricchiolava sotto il peso degli scarponi bagnati. Dietro il bancone,
una lunga mensola ospitava bottiglie di whisky, grappa, rum e liquori che
probabilmente nessuno avrebbe mai comprato, mentre sopra la macchina del
caffè una vecchia radio trasmetteva musica a volume basso, spesso disturbata da
un fruscio che Tony sosteneva dipendesse dall'antenna.
A nessuno importava davvero.
Conoscevamo ogni angolo di quel posto. Sapevamo quale tavolo traballava,
quale sedia aveva una gamba più corta delle altre e quale finestra lasciava
passare uno spiffero quando il vento soffiava da nord. Conoscevamo persino il
rumore che faceva la porta quando qualcuno entrava: tre colpi secchi contro il
telaio, seguiti da un lamento dei cardini.
Eravamo cresciuti così, in mezzo a quelle montagne, e il bar era diventato una
seconda casa. Un posto dove non serviva spiegare perché si arrivasse con la
faccia stanca, dove nessuno faceva troppe domande e dove un bicchiere riempito
al momento giusto poteva valere più di un lungo discorso.
Fuori, invece, il mondo sembrava appartenere a qualcun altro.
1Vivevamo tutti in un piccolo borgo di montagna, uno di quelli che oggi
definiscono borghi fantasma: luoghi in cui i giovani se ne vanno per studiare o
cercare lavoro in città e dove tornano soltanto d'estate, in cerca di un po' di
fresco per sfuggire ai torridi quaranta gradi della valle.
Il nostro paese non era ancora morto, ma a volte avevo l'impressione che stesse
lentamente imparando a esserlo.
Le case erano poche, raccolte lungo una strada stretta che attraversava il centro
e proseguiva verso la montagna. Alcune avevano le facciate dipinte di colori
ormai sbiaditi, altre conservavano ancora i vecchi balconi di legno, anneriti dalla
pioggia e dal gelo. In inverno, quando le giornate si accorciavano, le finestre
illuminate diventavano sempre meno. Gli anziani si ritiravano presto nelle loro
abitazioni, chiudevano le persiane e lasciavano che il paese sprofondasse nel
silenzio.
D'estate era diverso. Arrivavano le famiglie, i bambini correvano per le strade e
le case chiuse per mesi tornavano a riempirsi di voci. I turisti passeggiavano
lungo i sentieri, fotografavano i boschi e si fermavano nelle trattorie per
assaggiare i piatti della tradizione.
Poi arrivava settembre, e lentamente se ne andavano tutti.
Gli ultimi erano quelli dell'autunno, che salivano fin lassù per cercare funghi e
castagne, prima che le prime nevicate rendessero impraticabili le strade più
alte.
Da più di un mese anche loro erano spariti.
Quello era il periodo nostro. Il periodo di noi che eravamo sempre vissuti lì, che
non avevamo mai abbandonato la nostra terra e che, nonostante tutto, non
riuscivamo a immaginare una vita lontano da quelle montagne.
E di quel periodo eravamo gelosi.
Non perché odiassimo gli estranei, almeno non tutti. Semplicemente, durante
quei mesi, il paese tornava a essere quello che era sempre stato: nostro, con i
suoi silenzi, le sue abitudini e i suoi segreti.
Sì, anche i suoi segreti.
Ma quella è un'altra storia.
O forse no.
Quel sabato notte la neve cadeva forte.
Molto forte.
2Aveva cominciato nel tardo pomeriggio, dapprima con pochi fiocchi leggeri che
si scioglievano appena toccavano il terreno, poi con una nevicata sempre più
fitta, finché il cielo era diventato una massa uniforme di nuvole nere e la
montagna era scomparsa dietro una cortina bianca.
Il vento arrivava da nord e si infilava tra le case con un ululato continuo. A tratti
sembrava una voce lontana, a tratti il lamento di qualcosa che cercava
disperatamente di entrare. Le raffiche trascinavano la neve lungo la strada
provinciale, la sollevavano in vortici improvvisi e la scagliavano contro le
finestre. I rami degli alberi si piegavano sotto il peso del ghiaccio, mentre, più in
alto, i boschi erano ormai diventati un'unica macchia scura, indistinguibile dalla
notte.
Una coltre di circa venti centimetri aveva già ricoperto l'asfalto. Nei punti in cui
il vento si incanalava tra le curve, la neve si accumulava in piccoli muri che
avrebbero reso difficile il passaggio persino a un fuoristrada.
Di lì a poco, sempre che non fosse stato troppo ubriaco, Marco Del Pont sarebbe
probabilmente passato con il suo spazzaneve per liberare almeno la strada
principale e renderla percorribile per il mattino seguente.
Ma non ci avrei scommesso troppo.
Marco aveva il vizio di cominciare a bere già nel tardo pomeriggio, soprattutto
quando nevicava. Diceva che il freddo gli metteva sete, una spiegazione che
nessuno di noi aveva mai avuto il coraggio di contestare apertamente. Del resto,
se c'era qualcuno capace di guidare uno spazzaneve lungo quelle curve senza
finire in un fosso, era proprio lui.
A patto, naturalmente, che riuscisse a distinguere la strada dalla propria ombra.
Dentro il bar, invece, faceva caldo.
Un caldo quasi eccessivo, che ti costringeva ad aprire il colletto della camicia
dopo appena qualche minuto. Il camino occupava buona parte della parete di
fondo, con una bocca larga abbastanza da inghiottire ceppi di legna che Tony
tagliava personalmente durante l'estate. Le fiamme illuminavano il soffitto con
riflessi arancioni e proiettavano ombre irregolari sulle pareti.
Ogni tanto un ciocco si spaccava con uno schiocco secco, facendo saltare
qualche scintilla dietro la grata di ferro.
Il profumo della legna bruciata si mescolava a quello del caffè, della birra e del
legno umido degli scarponi lasciati vicino all'ingresso. Sul bancone c'erano
ancora due piatti sporchi di salumi e formaggio, qualche fetta di pane raffermo e
una ciotola di noccioline che Donald continuava a svuotare senza nemmeno
accorgersene.
3La radio trasmetteva una vecchia canzone italiana, qualcosa che avevo sentito
centinaia di volte. Tony la canticchiava sottovoce mentre asciugava dei bicchieri
con uno strofinaccio che avrebbe probabilmente dovuto buttare via anni prima.
Era una di quelle serate in cui non avevamo nessuna intenzione di tornare a
casa.
Io, Donald DuVant e Jeremy Tonks, il proprietario del bar, eravamo seduti sui
divani davanti al camino. Avevamo cominciato a bere nel primo pomeriggio e
ormai avevo perso il conto delle pinte che mi ero scolato.
Donald, seduto alla mia sinistra, era un uomo robusto, con spalle larghe, mani
grandi e una barba scura che sembrava sempre sul punto di aver bisogno di una
rasatura. Aveva un carattere impulsivo e una risata rumorosa, di quelle che
riempiono una stanza anche quando nessuno ha detto qualcosa di
particolarmente divertente.
Jeremy, invece, era più magro, con il viso allungato e i capelli brizzolati che
portava sempre pettinati all'indietro. Aveva superato i cinquant'anni e gestiva il
bar da quando suo padre glielo aveva lasciato in eredità. Conosceva tutti, sapeva
quasi sempre chi sarebbe entrato prima ancora che la porta si aprisse e
possedeva quella particolare capacità di ascoltare senza dare l'impressione di
farlo.
Quella sera stava raccontando, per la terza volta, di quando Marco aveva tentato
di liberare la strada dopo una nevicata particolarmente violenta, finendo per
spingere la propria automobile dentro un cumulo di neve.
«Ve lo dico io, quel maledetto spazzaneve prima o poi ci seppellirà tutti», disse
Donald, portandosi la pinta alle labbra.
Jeremy scosse la testa.
«Lo spazzaneve non è un problema. Il problema è chi ci sta sopra.»
«Parli tu che gli servi da bere tutte le sere.»
«Io servo da bere a tutti. Non è mica colpa mia se qualcuno decide di scolarsi
mezza distilleria prima di mettersi al volante.»
Donald scoppiò a ridere e per poco non rovesciò la birra sul tappeto.
«Dovresti fargli pagare il doppio.»
«A Marco? Mi pagherebbe in legna da ardere.»
«Sempre meglio che niente.»
Ridemmo tutti e tre.
4Erano conversazioni stupide, senza importanza, le stesse che avevamo fatto
centinaia di volte. Eppure, in quelle sere, mi sembravano sufficienti. Fuori
poteva nevicare quanto voleva, il vento poteva portarsi via i tetti e la strada
poteva sparire sotto metri di ghiaccio. Finché eravamo lì, davanti a quel camino,
avevamo la sensazione che niente di tutto ciò potesse raggiungerci.
Era una convinzione infantile, forse, ma nessuno di noi aveva motivo di metterla
in discussione.
Almeno, non ancora.
Non ricordo quale fosse l'argomento quando, all'improvviso, la porta del bar si
spalancò.
Una raffica di vento irruppe nella stanza, sollevando qualche foglio lasciato sul
bancone e facendo tremolare le fiamme del camino. La musica della radio venne
quasi inghiottita dal fragore della tormenta. Per un istante, il freddo entrò con
una violenza tale da sembrare qualcosa di vivo.
Tony si voltò di scatto.
«Ma chi diavolo…»
La frase gli morì in gola.
Sulla soglia c'era un uomo.
Rimase immobile per qualche secondo, con una mano ancora stretta alla
maniglia e l'altra premuta contro il cappotto. La neve gli ricopriva le spalle e il
colletto, mentre alcuni fiocchi si scioglievano lentamente tra i capelli scuri.
Aveva il viso arrossato dal freddo e il respiro affannoso di chi aveva appena
affrontato una salita difficile.
Indossava un cappotto elegante, troppo elegante per il nostro paese, e sotto si
intravedeva una giacca scura con una cravatta che sembrava essere stata
annodata con particolare cura. Ai piedi portava scarpe di pelle, inadatte a quel
genere di clima, ormai bagnate e sporche di neve.
Accanto alla gamba destra teneva una valigetta rigida.
Non sembrava uno dei nostri.
Anzi, sembrava appartenere a un mondo completamente diverso.
«Chiudila, amico», disse Donald, indicando la porta con il mento. «O vuoi che ci
trasformiamo tutti in ghiaccioli?»
L'uomo parve riscuotersi. Chiuse la porta con una certa fatica e si appoggiò per
un momento alla parete, cercando di riprendere fiato.
Tony gli andò incontro.
5«Da dove arriva?»
Lo sconosciuto si tolse un guanto e si passò una mano sulla fronte.
«Dal parcheggio, laggiù. Ho lasciato la macchina dove la strada comincia a
salire. Più avanti non si riusciva a passare.»
«È venuto a piedi con questo tempo?»
«Non avevo molta scelta.»
«Beh, almeno è arrivato intero», commentò Donald. «Si sieda, prima che debba
raccoglierla con la pala.»
L'uomo gli rivolse un sorriso educato, senza però raccogliere la battuta. Posò la
valigetta accanto a una sedia e cominciò a liberarsi del cappotto. Sotto portava
un completo grigio, una camicia bianca e una cravatta blu scuro. Anche dopo
quella camminata, il suo aspetto conservava qualcosa di rigido, quasi studiato.
Tony prese il cappotto e lo appese vicino alla stufa.
«Che cosa le porto?»
«Un whisky, se possibile. Doppio.»
«Qui è tutto possibile», rispose Tony. «La domanda è se domani mattina si
ricorderà di averlo bevuto.»
Questa volta l'uomo sorrise davvero.
«Domani mattina avrò altre cose a cui pensare.»
Tony si fermò per un istante, poi prese un bicchiere.
«Affari?»
«Qualcosa del genere.»
Lo sconosciuto si sedette al tavolo più vicino al bancone. Quando Tony gli portò
il whisky, lo ringraziò con un cenno del capo e bevve un piccolo sorso. Poi si
guardò intorno, soffermandosi sul camino, sui divani, sulle bottiglie e infine sulle
nostre facce.
Sembrava prendere nota di tutto.
«Bel posto», disse. «Non me lo aspettavo.»
«Che cosa si aspettava?» domandò Donald.
«Non saprei. Qualcosa di più… desolato.»
Donald si scambiò un'occhiata con Jeremy.
«Aspetti domattina. Con la luce del sole potrebbe cambiare idea.»
6L'uomo non rispose. Portò nuovamente il bicchiere alle labbra e guardò verso la
finestra. Dietro il vetro, la neve continuava a cadere, illuminata a tratti dalla luce
gialla dei lampioni. Il vento spingeva i fiocchi contro la superficie, dove si
accumulavano per poi scivolare lentamente verso il basso.
«Sono arrivato qui nel pomeriggio», disse dopo qualche secondo. «Ma non ho
avuto modo di visitare la zona come avrei voluto.»
«È venuto per lavoro?» chiese Jeremy.
«Sì. Mi chiamo Richard Harwood. Sono stato mandato dalla città per un
sopralluogo.»
Si chinò, aprì la valigetta e ne estrasse una cartellina piena di documenti. La
posò sul tavolo e la aprì, mostrando alcune mappe e fotografie a colori.
«Stiamo valutando un progetto immobiliare in questa zona. Una serie di
residence, forse qualche struttura ricettiva. Il paesaggio è straordinario e il
turismo montano sta diventando un settore interessante per gli investitori.»
Donald smise di sorridere.
«In questa zona?»
«Esattamente.»
Harwood tirò fuori una fotografia e la posò sul tavolo.
Rappresentava un gruppo di vecchie case di pietra, addossate le une alle altre
lungo una strada stretta. Alcune avevano ancora i tetti intatti, altre sembravano
parzialmente crollate. Sullo sfondo si intravedeva il profilo scuro della
montagna.
Conoscevo quel posto.
Lo conoscevamo tutti.
Il paese abbandonato.
Per un momento nessuno parlò. Si sentì soltanto il crepitio del camino e il
rumore del vento che premeva contro le finestre.
Jeremy appoggiò lentamente lo strofinaccio sul bancone.
«Dove ha detto che vorreste costruire?»
Harwood indicò la fotografia.
«Qui. Il vecchio borgo sulla montagna. Mi hanno detto che è disabitato da
parecchio tempo. Alcune proprietà risultano ancora registrate, ma stiamo
verificando la situazione catastale. Se riuscissimo ad acquisire i terreni,
potremmo cominciare con un primo intervento già l'anno prossimo.»
7Donald posò la pinta sul tavolino.
«Non lo farei.»
Harwood sollevò lo sguardo.
«Come, scusi?»
«Ho detto che non lo farei.»
L'uomo sorrise, convinto che si trattasse di una battuta.
«Perché?»
Donald aprì la bocca, ma non disse nulla. Guardò Jeremy, poi me. Sembrava
aspettarsi che uno di noi intervenisse al suo posto.
Fu Jeremy a parlare.
«Quel posto è abbandonato per una ragione.»
«Sì, immagino. Le case sono vecchie, le strade saranno da rifare e
probabilmente gli impianti sono inutilizzabili. Sono proprio qui per valutare
questi problemi.»
«Non parlo delle case.»
Harwood inclinò appena la testa.
«E di che cosa parla, allora?»
Jeremy non rispose subito. Prese un bicchiere pulito, lo asciugò lentamente e lo
ripose sullo scaffale, anche se era evidente che non aveva bisogno di farlo.
«Ci sono posti in cui è meglio non mettere piede.»
L'uomo lasciò uscire una breve risata.
«Mi perdoni, ma non credo di aver capito.»
«Ha capito benissimo.»
Il sorriso di Harwood si attenuò. Guardò prima Jeremy, poi Donald, infine me.
Forse si aspettava che qualcuno di noi scoppiasse a ridere e chiarisse lo scherzo.
Nessuno lo fece.
«Mi state dicendo che il paese è infestato dai fantasmi?» domandò.
«Non ho detto questo», rispose Jeremy.
«E allora?»
Il proprietario del bar abbassò gli occhi sulla fotografia.
8«Le sto dicendo che nessuno di quelli che sono saliti lassù negli ultimi anni ha
mai avuto una buona ragione per tornarci.»
Harwood si appoggiò allo schienale della sedia.
«Questa mi sembra una leggenda locale.»
«Può darsi.»
«Non sono venuto fin qui per farmi raccontare storie di paese. Sono un tecnico,
non un cacciatore di fantasmi.»
Donald sbuffò.
«E nessuno le ha chiesto di cacciare fantasmi.»
«Bene. Allora siamo d'accordo.»
Harwood riprese la fotografia e la infilò nella cartellina. Aveva l'aria di chi aveva
già deciso che la conversazione fosse diventata una perdita di tempo.
Ma prima che potesse richiudere la valigetta, Jeremy si sporse in avanti.
«Mi ascolti bene, signor Harwood. Non so che cosa le abbiano raccontato in
città. Non so chi le abbia parlato di questo progetto o chi le abbia promesso che
lassù troverà un terreno perfetto per costruire. Ma se tiene alla sua vita, domani
mattina cambi programma.»
Per la prima volta, l'uomo sembrò irritato.
«È una minaccia?»
«No.»
«E allora che cos'è?»
Jeremy lo fissò negli occhi.
«Un consiglio.»
Il silenzio che seguì fu diverso da tutti quelli che avevamo conosciuto fino a quel
momento.
La radio continuava a suonare, ma nessuno sembrava più sentirla. Il fuoco
ardeva con la stessa intensità di prima e la stanza era ancora calda, eppure ebbi
la strana sensazione che qualcosa fosse cambiato. Come se una porta invisibile si
fosse appena chiusa alle nostre spalle.
Harwood raccolse i documenti e li rimise nella valigetta.
«Apprezzo la vostra preoccupazione», disse, con una cortesia che suonava quasi
offensiva. «Ma domani salirò lassù. Devo completare il sopralluogo e preparare
una relazione per i miei superiori. Non posso tornare in città dicendo che ho
9rinunciato perché tre uomini in un bar mi hanno raccontato una storia
dell'orrore.»
Donald si alzò dal divano.
«Nessuno le ha detto di rinunciare per noi.»
«Allora non vedo il problema.»
«Il problema», disse Donald, «è che lei non sa niente di questo posto.»
Harwood lo guardò per qualche secondo, poi si infilò il cappotto.
«Forse. Ma è proprio per questo che sono qui.»
Lasciò sul tavolo alcune banconote, prese la valigetta e si avvicinò alla porta.
Prima di uscire, si voltò verso Tony.
«Conosce un posto dove dormire?»
«La pensione in fondo alla strada. Se la signora è ancora sveglia.»
«Bene. Grazie.»
Tony esitò, come se volesse aggiungere qualcosa, ma alla fine si limitò a
indicargli la direzione.
Harwood aprì la porta e il vento irruppe nuovamente nel locale. La neve turbinò
per qualche secondo sul pavimento, poi lo sconosciuto scomparve nella notte.
La porta si richiuse con un tonfo.
Per un po' nessuno parlò.
Fu Donald a rompere il silenzio.
«Che razza di idiota.»
Jeremy non rispose. Era rimasto dietro il bancone, con entrambe le mani
appoggiate al legno. Guardava la porta come se si aspettasse che si aprisse di
nuovo.
«Non è il primo», disse infine.
Mi voltai verso di lui.
«Che cosa?»
«Non è il primo che arriva qui convinto di poter fare quello che vuole.»
Donald si sedette lentamente.
«E gli altri?»
10Jeremy sollevò lo sguardo. Per un attimo ebbi l'impressione che stesse per
raccontarci qualcosa che aveva tenuto nascosto per anni. Qualcosa che non
avrebbe dovuto essere pronunciato ad alta voce.
Poi scosse la testa.
«Niente. Lasciate perdere.»
«Jeremy.»
«Ho detto di lasciar perdere.»
Non alzò la voce, ma il tono con cui lo disse bastò a farci tacere.
Rimanemmo seduti ancora a lungo. La neve continuava a cadere e il vento non
accennava a diminuire. Tony abbassò il volume della radio, poi cominciò a
sparecchiare i tavoli, anche se era ancora presto per chiudere.
Io fissavo le fiamme del camino, cercando di convincermi che quella
conversazione non avesse alcuna importanza.
Era soltanto uno straniero. Un uomo d'affari arrivato dalla città, convinto di
poter trasformare un mucchio di vecchie case in un investimento redditizio.
Aveva ascoltato una leggenda, l'aveva giudicata ridicola e aveva deciso di
ignorarla.
Non sarebbe stato il primo a fare un errore del genere.
Eppure, quando ripensai alla fotografia sul tavolo, mi tornò in mente una cosa
che mio nonno mi aveva raccontato molti anni prima. Non ricordavo le sue
parole esatte, ma ricordavo bene il modo in cui aveva abbassato la voce prima di
pronunciarle.
Mi aveva detto che il paese abbandonato non doveva essere cercato.
Non perché fosse pericolante.
Non perché fosse difficile da raggiungere.
Ma perché, a volte, lassù c'era ancora qualcuno.
E non voleva essere disturbato.
Verso mezzanotte la tormenta raggiunse il culmine.
Il vento si era fatto così forte che i vetri vibravano nei telai. Ogni tanto si sentiva
un colpo sordo provenire dall'esterno, forse un ramo spezzato o qualche oggetto
trascinato lungo la strada. La neve aveva ormai cancellato quasi del tutto i
marciapiedi e i lampioni illuminavano soltanto una parete bianca, oltre la quale
non si riusciva a distinguere nulla.
Tony chiuse a chiave la porta.
11«Per stanotte basta così», disse. «Non ho intenzione di passare il resto della
serata a raccogliere neve dal pavimento.»
Donald si stiracchiò e sbadigliò.
«Io dormo sul divano.»
«Come sempre», commentai.
«Almeno qui il letto non si lamenta quando mi giro.»
Jeremy ci lanciò un paio di coperte prese da un armadio. Avevamo dormito tante
volte nel suo bar che ormai nessuno si preoccupava più di chiedere il permesso.
Mi sistemai sul divano più vicino al camino, tirandomi la coperta fino al mento. Il
calore mi avvolse quasi subito e il rumore del vento cominciò lentamente a
confondersi con il crepitio della legna.
Prima di chiudere gli occhi, guardai la finestra.
Oltre il vetro, il paese era scomparso.
Non si vedevano più le case, né la strada, né la sagoma della chiesa in fondo alla
piazza. C'era soltanto la neve, che cadeva senza sosta, e il buio della montagna.
Pensai a Richard Harwood, alla sua valigetta e alla fotografia del borgo
abbandonato.
Pensai a Jeremy e al modo in cui aveva pronunciato quelle parole.
«Se tiene alla sua vita, domani mattina cambi programma.»
Avrei voluto chiedergli che cosa sapesse davvero. Avrei voluto costringerlo a
raccontarci tutto, a spiegare perché un paese intero fosse stato lasciato marcire
tra quelle montagne.
Ma ero stanco, avevo bevuto troppo e, come tutti gli altri, preferivo credere che
non ci fosse niente di cui preoccuparsi.
Mi voltai su un fianco e chiusi gli occhi.
L'ultima cosa che sentii prima di addormentarmi fu il vento che fischiava contro
le finestre del bar.
All'epoca, non sapevo ancora che quella sarebbe stata l'ultima notte tranquilla
della nostra vita.
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